La flessibilità nelle moderne società capitalistiche avanzate non deve essere un problema, ma al contrario il segno e il sogno di una importantissima opportunità storica che deve essere colta. Gia J.M.Keynes, il grande economista del secolo scorso, ne parlava con grande enfasi nel suo saggio “prospettive economiche per i nostri nipoti” del 1930.
La flessibilità in senso proprio, diminuzione del tempo di lavoro, rappresenta la grande opportunità offerta agli individui delle società contemporanee di recuperare spazi di vita che sono andati perduti a causa del totale assorbimento nella produzione e nel consumo. Rappresenta l’occasione di ritrovare tempo, spazi di vita, per tutte quelle attività importanti al pieno sviluppo dell’esistenza di un uomo maturo e ben istruito. Avere tempo da dedicare con serenità agli affetti, ai propri figli, ad attività creative, alla musica, all’arte, ad attività sociali nell’ambito della propria comunità, sono solo esempi di quelle dimensioni del benessere e della felicità umane per troppo tempo sacrificate.
Tuttavia l’introduzione della flessibilità nelle nostre società ha una genesi completamente diversa; essa deriva dalla incapacità di un sistema fondato sulla crescita, e che fa di quest’ultima ancora un obiettivo insuperabile, di mantenerne un alto e stabile tasso. Cosicché la flessibilità è solo l’ultimo strumento inventato dagli attori economici per scaricare su altri soggetti i costi di una discontinuità nella produzione, senza perdere le occasioni offerte dal nuovo scenario dell’economia globale. Così gli individui e le famiglie si trovano a vivere un doppio disagio: quello di essere inseriti in un capitalismo di mercato che li tiene ostaggio (obbligandoli a produrre e a consumare sempre di più anche quando ciò non corrisponde affatto ai loro reali bisogni) e quello di non avere più le basi certe per continuare a condurre questo tipo di esistenza.
E’ su questo terreno che si gioca la partita di una politica che deve recuperare tutto il suo slancio di orientamento e di guida al bene comune, recidendo ogni collusione con interessi e poteri economici, affinché abbia la capacità di dirigere e non farsi dirigere.
Infatti una politica di alto profilo che fosse capace, introducendo una normativa stringente, di combattere le rendite e prescrivere una produzione ed una crescita tutta orientata sull’efficienza e la qualità, creerebbe le condizioni naturali per l’affermazione di un nuovo assetto socio-economico coerente con i minori e discontinui tassi di crescita, dando alla flessibilità il terreno favorevole per radicarsi nelle coscienze e nei desideri degli individui e delle collettività modificando la cultura del produttivismo a tutti i costi.
Se gli sprechi che sono presenti nel soddisfare i nostri bisogni abitativi, alimentari, di mobilità, ecc… vengono tutti sistematicamente eliminati, sprechi che producono solo disutilità collettive, e se le rendite che generano e perpetuano una ingiusta ripartizione della ricchezza vengono abbattute, allora è possibile per tutti lavorare meno e con minore intensità senza diminuzione alcuna del nostro benessere materiale.
In conclusione la flessibilità manifesta tutta la sua bellezza, divenendo opportunità anziché minaccia alla costruzione della propria vita, solo se inserita all’interno di corrette politiche di crescita e di giustizia sociale, di disegno di nuovi assetti socio-economici (fondati su equilibri economici, ambientali, sociali, relazionali, psicologici, ecc.. – di sostenibilità), di costruzione di una nuova cultura collettiva che restituisca valore a tutto il tempo di vita e non solo a quello lavorativo come elemento essenziale per l’affermazione dell’identità individuale e sociale.
Nicola Di Vico