Responsabilità civile

 

Le moderne società avanzate sono pervase sempre più da una percezione di malessere che trova il suo fondamento in un errato concetto di “scopo della vita” che si è venuto creando allorché la lotta per l’emancipazione dalla povertà e dalla miseria si è tradotta in una lotta per la costituzione e l’accrescimento di ricchezza individuale. La continua crescita della produttività, protrattasi per un periodo di tempo molto lungo, ha permesso infatti la creazione e la diffusione di quegli “assetts” materiali e sociali potenzialmente in grado di rendere una società libera dal giogo opprimente di miserie umane, sociali e culturali.

Queste società non hanno saputo cogliere l’opportunità storica offerta da questa “rivoluzione produttiva” e si sono invece fatte travolgere da una spirale di egoismo che ha trovato nella ricerca e nell’accrescimento all’infinito della ricchezza individuale il suo nucleo fondamentale, con la conseguenza che se lo scopo primario è produrre ricchezza individuale, non importano minimamente le forme attraverso cui questa produzione viene realizzata. E così è capitato e capita che si è dato origine a quel fenomeno entropico di produzione e diffusione di prodotti usa e getta, di imballaggi mono uso, di utilizzi irrazionali dell’energia (ad esempio l’uso del metano per produrre calore a bassa temperatura), ma anche di orientamento prevalente su beni di consumo anziché su beni di investimento nell’impiego del proprio reddito, di crescita ipertrofica dell’apparato statale con una moltiplicazione di livelli istituzionali funzionali solo ad una logica clientelare diffusa creando pericolose paralisi decisionali in un sistema perverso di veti incrociati.       

In questo contesto si assiste alla diffusione di un doppio male: da una parte la sofferenza di quanti nella società non riescono ad avere accesso a questo meccanismo di produzione di ricchezza materiale (e questo determina malessere individuale) e dall’altra la continua diffusione di produzioni, di consumi, di comportamenti socio-economici che sono in totale antinomia con il “bene comune”, o l’interesse generale (e questo determina malessere sociale).

Qual è allora il “comportamento responsabile” da un punto di vista sia individuale che sociale? Quello di individui che si da giovani lottano tutti i giorni inventandosi mille modi per produrre ricchezza individuale quali che siano le forme concrete di espressione socio-economica, o quello di individui considerati “irresponsabili” dalla cultura dominante, o peggio ancora parassiti del sistema, che sembrano inerti, ma che invece antepongono ad ogni azione la ricerca di quelle forme di agire sociale ed economico, in cui possa trovare espressione l’impegno individuale, di cui la società ha realmente bisogno ed in grado di rispondere ad obbiettivi generali e di lungo periodo!

In effetti solo questi ultimi sono in grado di scoprire, poiché alla ricerca, che ad esempio: non è il riciclo l’opzione principale ma il riutilizzo, che non è l’orientamento al consumo corrente ma l’orientamento all’investimento ciò che alimenta la parte sana dell’economia, che non sono le concentrazioni produttive che portano un benessere diffuso, ma la diffusione sul territorio di attività che valorizzino le specialità locali e la creatività e che trovano coerenza con un nuovo regime energetico fondato su efficienza e fonti rinnovabili anch’esse diffuse, ecc…

            E’ il ruolo indispensabile di queste intelligenze coltivate, di queste “minoranze che si attivano”, dopo una lunga e faticosa attività di analisi e di ricerca, l’unica salvezza per queste società in declino, poiché di “responsabilità” in giro ce n’è ben poca se non si è in grado di percepire che la propria storia individuale è e va inserita in quella universale di tutta l’umanità presente e futura.

 

Nicola Di Vico